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Mancano due minuti e mezzo alla fine del mondo?

È il 1947, il mondo si trova nel pieno dei preparativi di una guerra che non verrà mai combattuta, la guerra fredda. Le due grandi potenze: USA e URSS iniziano una grandiosa corsa agli armamenti che culmina con la proliferazione incontrollata di armi atomiche.

di Andrea Volpe

Nello stesso anno un gruppo di fisici nucleari dell’ Università di Chicago decise di riunirsi sotto una pubblicazione scientifica chiamata “Bulletin of the Atomic Scientists”. All’interno di quest’ultima, il gruppo di scienziati inserì un orologio metaforico che si muoveva a seconda degli eventi geopolitici. La particolarità era che nel doomsday clock la mezzanotte simboleggiava la fine del mondo.

Alla sua creazione, la lancetta lunga venne posizionata  sette minuti prima di mezzanotte e nel corso degli anni si è mossa spesso. La massima lontananza è stata di 17 minuti e venne registrata nel 1991  grazie ai trattati di riduzione delle armi strategiche e alla dissoluzione dell’URSS. Al contrario, la maggiore e pericolosa vicinanza (2 minuti) venne raggiunta nel 1953 dopo i test di armi termonucleari Usa e Urss. Gli iron maiden si ispirarono proprio al Doomsay clock per il loro brano “2 minutes to midnight”.

E oggi quanto manca alla fine del mondo?
Secondo gli scienziati americani oggi mancherebbero solo 2 minuti e mezzo a causa dei crescenti nazionalismi e il rischio di una nuova corsa al riarmo. Appena in tempo per leggere qualche altro articolo del nostro blog!

Unione Europea: quale futuro?

Al quarto incontro del Laboratorio di Politica lo scorso 23 febbraio si è parlato del futuro prossimo dell’UE con gli europarlamentari Marco Affronte ed Elly Schlein e con Stefania Fenati, responsabile di Europe Direct Emilia-Romagna.

Di Marco Della Mura

Uniti per quali obiettivi?

L’incontro è partito dall’analisi delle intenzioni che i Padri Fondatori avevano previsto al momento della creazione di quella che sarebbe diventata la Comunità Europea.

Le fondamenta dell’attuale Unione Europea risalgono al 1951 con la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) il cui scopo era quello di mettere in comune la produzione delle risorse necessarie per la costruzione di materiale bellico, tra i sei Paesi fondatori – Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi – per scongiurare un riarmo segreto delle nazioni all’interno della Comunità.
Evolvendosi e inglobando nel tempo nuovi Paesi, è andata a definirsi l’Unione Europea come la conosciamo oggi, creata ufficialmente il 7 febbraio del 1992.

Gli obiettivi che si proponeva erano obiettivi di integrazione economica (moneta unica, ma non solo), politica (l’80% delle leggi oggi approvate in Italia è richiesto dall’UE) e sociale (per progredire verso il benessere).

L’UE era un’unione nata per la solidarietà e la condivisione di obiettivi che in parte ha raggiunto: dal  1951 non ci sono state più guerre tra i paesi che ne fanno parte, la mobilità di merci, persone e capitali è aumentata notevolmente, e vi è una maggiore inclusione (anche dei Paesi dell’Est).

Questa integrazione ha anche contribuito al fenomeno della globalizzazione, grazie soprattutto alla liberalizzazione e alla deregolamentazione degli scambi commerciali e dei movimenti di capitale, portando a un mercato aperto, ma che si sta via via standardizzando ai modelli delle multinazionali o a quelli degli USA.

 

Chi è intervenuto?

A presenziare all’incontro gli onorevoli Elly Schlein e Marco Affronte, eletti nel Parlamento Europeo, la prima del partito Alleanza Progressista mentre il secondo ex appartenente al Movimento Cinque Stelle e ora nel movimento dei Verdi (De Pretis docet).

Marco Affronte ha parlato della sua formazione come biologo marino a Rimini e del suo attivismo per la tutela ambientale. All’interno della UE è impegnato nella Commissione Ambiente. Grazie alla sua esperienza civica e politica, ha ribadito come ognuno di noi possa contribuire nel suo piccolo a temi che sembrano così grandi come l’ambiente appunto. Nonostante non veda di buon occhio le direzioni che sta prendendo l’UE in campo economico e sociale, si dichiara entusiasta del lavoro per la tutela dell’ambiente, notando che l’UE è molto attiva per promuovere norme di tutela ambientale, anche se spesso i Paesi membri non le rispettano.

Elly Schlein invece fa parte della Commissione Sviluppo in cui si lavora sulle politiche di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e si sovraintende alle donazione che essi ricevono dall’UE. Inoltre si occupa di immigrazione e diritto all’asilo. Fa anche parte della Commissione Femminile che si occupa di diritti delle donne e parità di genere.

Stefania Fenati era il terzo ospite, lavora come documentalista, ed è responsabile del Centro Europe Direct della Regione Emilia-Romagna. La Rete Europe Direct veicola informazioni, consulenze e servizi, fungendo da tramite tra l’UE e i cittadini. È sottoposta a feedback che riportano opinioni e bisogni dei territori agli organi della UE e ad una rendicontazione precisa.

 

Cos’è che non va? (Le 5 Grandi Sfide)

La Schlein ha parlato di come questa, secondo lei, non sia l’Unione che si immaginavano i Padri Fondatori, in quanto ricca di disuguaglianza e disoccupazione. Ciò, a detta sua, è stato causato dall’illusione di poter mettere in comune solo il mercato, credendo ingenuamente che l’unità sociale sarebbe seguita in automatico.

Lo scenario attuale – come sostiene Affronte – vede l’UE andare verso direzioni inaspettate. Stiamo assistendo a una rinascita dei nazionalismi e a una prevalsa spesso di correnti di pensiero di destra, che possono anche non essere intrinsecamente sbagliate, ma indicano spesso una minor apertura verso l’estero. L’uscita dall’Unione della Gran Bretagna ne è un esempio eclatante.

 

Secondo la Schlein questa rivalsa degli egoismi nazionali risiede nella mancanza di volontà e nel rifiuto da parte degli Stati membri di prendersi le proprie responsabilità ed unirsi secondo scopi sociali comuni.

In ciò evidenzia cinque grandi sfide per l’UE:

1 – Migrazione 6 Paesi su 28 accolgono l’80% dei migranti, è infatti stipulato dal Trattato di Dublino che ogni migrante debba registrarsi nel primo paese su cui metta piede. Ma questo non può essere trattato come un problema di poche nazioni, ci vogliono dei meccanismi di redistribuzione degli immigrati.

2 – Ambiente Mancano regole comuni sanzionabili per puntare a un efficientamento energetico e a un maggior uso delle energie rinnovabili, per la sostenibilità ambientale.

3 – Politiche economiche e sociali Si parla qui di green economy, ricerca e sviluppo, cultura e istruzione.

4 – Politiche estere di sicurezza comune L’Europa non riesce a imporsi alla stregua degli Stati Uniti, in quanto racchiude una pluralità di voci discordanti al suo interno che si contraddicono e non giungono a soluzioni comuni.

5 – Fiscale Sono miliardi gli Euro persi nella competizione tra Stati e imprese. Questo perché manca uno scambio sistematico tra i Paesi e un sistema efficiente di rendicontazione, e le competenze dell’UE sono ridottissime in questo ambito.

 

Agire assieme

Ma per migliorare tutto ciò occorre la volontà politica di agire assieme per il benessere collettivo e non per il solo arricchimento nazionale.

I problemi sono innumerevoli: vi è un deficit democratico, e sta spesso passando subdolamente l’idea che la democrazia non funzioni bene e costi troppo.

Vi è un livello che sembra incancellabile di disoccupazione endemica, e nonostante si pensasse fosse l’unico modo per aumentare l’occupazione, l’aumento del PIL non ne produce un commisurato aumento. Anzi, la disoccupazione sta aumentando e inizia ad essere definita come disoccupazione tecnologica, la tecnologia aumenta il benessere ma toglie posti di lavoro.

Vi è un aumento della povertà in alcune zone e generalmente le entrate fiscali sono minori come di conseguenza la spesa pubblica.

Finché ogni Paese continuerà a cercare gli altri quando ha bisogno, ignorandoli quando sono gli altri ad aver bisogno, l’UE non funzionerà. Bisogna accantonare l’egoismo se si vuole un mondo non solo più giusto, ma anche più efficiente.

 

Ascolta la puntata del Grande Bidello con le interviste agli ospiti

L’economia che non punta al solo profitto

Il 2017 è arrivato ed è ricominciato anche il Laboratorio di Politica del Liceo da Vinci con il terzo incontro del 26 gennaio. Il tema trattato girava intorno a modelli economici alternativi, con testimonianze ed esempi già presenti nel nostro paese.

Di Raul Cetatean

Il dibattito si è aperto subito con un esempio concreto esposto da Massimiliano Guerrieri, un modello di economia basato sullo scambio piuttosto che sul mercato, incentrato sull’interazione della domanda e dell’offerta e sull’arricchimento del produttore: la Cianfrusoteca.
La Cianfrusoteca è un’associazione senza scopo di lucro con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la natura attraverso campagne di sensibilizzazione sull’uso appropriato delle risorse naturali. Nell’ambito della lotta agli sprechi, l’associazione si occupa della ricollocazione di beni che per alcuni potrebbero non avere più un uso, ma che potrebbero servire ad altre persone.
Alla Cianfrusoteca non viene usata una vera moneta, e l’unico modo di “acquistare” un oggetto è quello di portarne uno in cambio, un principio quindi molto simile al baratto.

Questo tipo di economia alternativa può essere vista come un progetto ambientale, sociale, culturale ed economico, che permette di soffermarsi e riflettere su come l’uomo non sia legato solamente al lato economico, ma anche sociale e solidale.

Successivamente Andrea Bertani e Yuri Torri, consiglieri dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, hanno parlato più in generale di quello che sta già avvenendo in Italia, e riferendosi al nostro territorio, hanno illustrato i contenuti della Legge Regionale sull’economia informale solidale, intitolata Promozione e sviluppo dell’economia solidale e della responsabilità sociale delle imprese.
La Legge è stata portata in Assemblea Legislativa dai consiglieri, ma è stata scritta a più mani e ha l’intenzione di promuovere, finanziare e portare avanti questo tipo di economia alternativa come un modello da seguire.

A questo proposito, sono sorte delle domande riguardo all’autosostentamento di questi modelli: senza sovvenzioni o entrate monetarie riescono a continuare l’attività?

Secondo Yuri Torri questi tipi di economia solidale sono possibili e riescono ad autosostenersi e sono già presenti: alcuni degli esempi, anche citati nella Legge, sono i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), i DES (Distretti di Economia Solidale) e le RES (Reti di Economia Solidale).
Il GAS è un gruppo di cui fanno parte i cittadini che cercano di sostenere un’economia che non sfrutti il lavoro e che retribuisca in modo adeguato i lavoratori, un’economia “giusta” e che tuteli l’ambiente.
Tuttavia questi gruppi di acquisto potrebbero risultare svantaggiosi per gli acquirenti, se si guarda unicamente il lato economico, poiché i prezzi degli alimenti e dei beni venduti sarebbero più alti rispetto a quelli presenti sul mercato.

Anche Elena Fanti – docente di filosofia nel nostro Liceo – è intervenuta per provare a rispondere a questa domanda, raccontando la sua esperienza personale. Avendo tenuto conto di tutte le spese sostenute per la propria famiglia e degli acquisti fatti tramite i GAS, secondo lei la spesa sarebbe minore rispetto a quella fatta in un supermercato. Infatti, mentre attraverso il GAS la spesa è più oculata e si acquista ciò che realmente serve, al supermercato si tende a essere attirati anche da altri prodotti che non sono strettamente necessari.
Un altro esempio di cui si è discusso a favore dei GAS è stato sul prezzo degli alimenti. Da un punto di vista economico, sembrerebbe meglio acquistare prodotti provenienti dall’estero perché magari in un periodo possono costare meno rispetto a prodotti nostrani. Tuttavia l’ambiente ne risente molto a causa della CO2 prodotta durante il viaggio, e questo porta danni sia all’ambiente che all’uomo.

Ci sono dunque delle strade percorribili rispetto all’economia prevalente, che possono anche risultare più vantaggiose per noi sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della qualità della vita, cominciando anche dal nostro piccolo.

 

Ascolta le interviste agli ospiti

Il Grande Bidello – Un’altra economia è possibile?

Al terzo incontro del laboratorio di politica del liceo Leonardo Da Vinci dello scorso 26 gennaio si è parlato della possibilità di un’economia sostenibile.

Sono intervenuti  i consiglieri regionali Yuri Torri del gruppo SEL-Sinistra Italiana e Andrea Bertani del Movimento 5 Stelle, Massimiliano Guerrieri del progetto pugliese Cianfrusoteca e la docente di filosofia del nostro Liceo Elena Fanti su esperienze concrete di economie alternative.

Noi della Leoradio abbiamo fatto in modo che tutti voi possiate ascoltare le loro opinioni, in particolare per coloro che non sono riusciti a venire all’incontro.

Vi presentiamo le interviste fatte agli ospiti e alla studentessa Chiara Vignudelli al termine dell’incontro.

Buon ascolto!

 

Leggi l’articolo L’economia che non punta al solo profitto

Si e No – Il Dilemma del Referendum

di Marco Della Mura

Il 24 novembre 2016 si è tenuto al Liceo Da Vinci il secondo incontro del LIP, il Laboratorio Interattivo di Politica. Come diretta prosecuzione del primo incontro, erano presenti Maura Bergonzini ed Elena Ferioli a esporci le loro motivazioni per la votazione al Referendum di revisione Costituzionale del 4 dicembre. L’incontro si è svolto in un’atmosfera di confronto abbastanza sereno e le due ospiti si sono mostrate disponibili ad accogliere qualsiasi domanda da parte del pubblico presente, composto non solo da studenti ma anche da tanti docenti del nostro Liceo.

Maura Bergonzini portava avanti le motivazioni per votare NO. Lei era lì anche in veste di rappresentante dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, nata per aiutare i partigiani e le loro famiglie, e per difendere la piena attuazione dei principi della Costituzione.

A portare avanti le ragioni del SI c’è stata Elena Ferioli, docente universitaria prima di diritto pubblico, poi di diritto costituzionale italiano, e successivamente di diritto costituzionale comparato. Lei ha tenuto a specificare che non rappresentava nessuna associazione o partito politico, ma era lì solo per mostrare le motivazioni tecniche per votare “si”.

 

Le ragioni del NO

Maura Bergonzini ci tiene a sottolineare che la Costituzione non si “riforma” ma si “revisiona”. E la revisione costituzionale sottoposta a referendum il 4 dicembre prende in considerazione la seconda parte della Costituzione che esplica come attuare i principi espressi nella prima parte, e come bilanciare i poteri dello Stato.

La Costituzione è un documento in cui tutti i cittadini – o il più possibile di essi – devono riconoscersi. La Costituzione Ex Novo del 1948 fu un compromesso tra i vari partiti dell’epoca, stilata da 66 padri e 9 madri costituenti e fu votata favorevolmente dal 90% degli aventi diritto al voto.

Ma la revisione di cui ci occupiamo in questi giorni è passata alla seconda votazione delle camere con solo il 56-58% dei voti. La Bergonzini ci fa notare che così facendo non può rappresentare neanche lontanamente la totalità dei cittadini italiani, e già il fatto che sia stata sottoposta a referendum lo dimostra, e come disse Meuccio Ruini, quando si votò la Costituzione il 22 dicembre del 1947, essa doveva essere per ogni cittadino “casa mia”.

Mauria Bergonzini non approva nemmeno il modo in cui si è proceduto a questa revisione, che riguarda una parte molto ampia della Costituzione. Secondo il principio di omogeneità del quesito, si dovrebbe votare ciascuno dei cinque grandi temi di questa revisione separatamente. Ma l’articolo 138 della Costituzione obbliga a votare i vari punti della revisione tutti assieme, costringendo l’elettore a votare tra più aspetti disomogenei.

Un altro dei punti deboli della riforma sarebbe anche il fatto che molte questioni sono lasciate in sospeso, tra cui il fatto che non si sappia ancora come sarà eletto il Senato e da chi.

 

Le ragioni del SI

Elena Ferioli ha parlato più a lungo anche perché studenti e professori hanno posto gran parte delle domande a lei.

La professoressa Ferioli punta la nostra attenzione sul fatto che le costituzioni invecchino col tempo, non stanno al passo con la modernità e con i bisogni che cambiano e si evolvono. Quando fu votata la Costituzione, si era giunti a dei compromessi, il che significa che non è nata perfetta, ed è possibile che necessiti delle modifiche. Anzi, secondo lei alcuni punti non furono negoziati al meglio, tra i quali anche la questione della composizione delle due Camere. Questo fu a suo tempo un punto su cui si dibatté a lungo e alla fine si giunse alla scelta di una composizione che prevedeva due Camere con uguali funzioni e poteri, cambiava solo l’elettorato attivo e passivo a seconda dell’età.

Una composizione del genere detta Bicameralismo Paritario in Europa esiste solo in Romania oltre che in Italia, mentre in tutti gli altri Paesi con parlamento bicamerale le due camere hanno diversa composizione e poteri differenti.

E’ da tanto tempo che si discute di modificare l’organizzazione della forma di governo, anche in relazione alle altre vigenti nel mondo. Questo referendum può dare l’opportunità di farlo, in quanto secondo le ricerche e le analisi condotte dalla stessa professoressa, il bicameralismo italiano è disfunzionale e poco efficiente. Con la riforma non si farebbero più leggi, ma sarebbero leggi migliori, riorganizzando le competenze. I governi legati a più rapporti di fiducia sono meno stabili, nonostante un sistema proporzionale possa risultare più rappresentativo. Anche per questo motivo i mercati si interessano particolarmente a questa riforma, le multinazionali vorrebbero un governo italiano più stabile, ci fa notare Elena Ferioli.

Si parla ultimamente di come il procedimento per la proposta di questa legge sia errato in qualche punto. La professoressa ci tiene a precisare che il procedimento seguito è corretto e segue alla lettera l’articolo 138 della Costituzione.

Una cosa che colpisce è il fatto che una volta passata all’approvazione delle due Camere, questa revisione avrebbe potuto essere sottoposta a referendum su richiesta di:
– 500.000 elettori,
– un quinto dei membri di una camera
– 5 consigli regionali

La cosa strana – o ammirevole? – è che è stato richiesto il referendum proprio dalla maggioranza che aveva richiesto e approvato questa revisione. Se non lo avesse richiesto, la riforma sarebbe passata subito.

Un altro punto a favore del “si” è sulla divisione delle competenze tra Stato e Regioni: infatti sono spesso sorti contenziosi per stabilire se una determinata materia fosse di competenza dell’uno o delle altre. La Corte Costituzionale ha risolto queste dispute dando spesso ragione allo Stato, valorizzandone il servizio ai cittadini di tutta la nazione, per questo un maggiore e più chiaro potere allo Stato sarebbe una giusta decisione.

Elena Ferioli sostiene comunque che non vota “sì” per motivi come “fare più leggi” – l’Italia ne fa fin troppe e a detta sua male, il punto è farne di più – o come “ridurre i costi della politica” – che si possono ridurre in altri modi, più efficaci. Secondo lei la propaganda portata avanti dai due schieramenti è stata troppo spesso basata su motivazioni irrisorie e di superficie, esagerando aspetti poco rilevanti.

 

Ascolta le interviste agli ospiti

Il Grande Bidello – Perchè votare sì o votare no al referendum

Al secondo incontro del laboratorio di politica del liceo Leonardo Da Vinci dello scorso 24 novembre si è parlato del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Sono intervenute Mauria Bergonzini dell’ANPI per le ragioni del “no” e la professoressa Elena Ferioli dell’Università di Bologna per le ragioni del “sì”.

Noi della Leoradio abbiamo fatto in modo che tutti voi possiate ascoltare le loro opinioni, in particolare per coloro che non sono riusciti a venire all’incontro.

Vi presentiamo le interviste fatte alle ospiti, che ci hanno dato rispettivamente 3 ragioni per votare “no” e “sì”.
Inoltre potrete sentire le opinioni di due studenti.

Buon ascolto!

 

Leggi l’articolo Si e No – Il Dilemma del Referendum

L’altra faccia delle elezioni

di Raul Cetatean 

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America si sono ormai svolte questo martedì 8 Novembre. I candidati favoriti erano due: la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump. In vista delle elezioni presidenziali, per il partito democratico alle primarie si candidò anche Bernie Sanders, politico statunitense e senatore per lo Stato del Vermont. Bernie ha avuto molti consensi sopratutto tra i giovani e nonostante il suo carisma e le sue idee che gli hanno permesso di vincere in ben 21 stati, tra i quali il Washington, non è riuscito ad ottenere la preferenza in alcuni degli stati più importanti (New York, California, Columbia) e ha perso contro la Clinton. In tutto il mondo le persone hanno preso una posizione e simpatizzano chi per l’uno chi per l’altro candidato. Qualunque fosse il risultato, la comunità online si sarebbe sbizzarrita il più possibile per regalarci delle “perle” di comicità e di satira attraverso i meme.

I meme sono immagini, concetti o frammenti di media che si diffondono di persona in persona diventando dei veri e propri fenomeni di massa. La maggior diffusione di questi meme avviene sui social network quali Facebook e Twitter, ma anche su vari blog.

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A causa dei vari scandali che si sono susseguiti nei giorni scorsi e i vari dibattiti pubblici, incentrati non tanto sul programma politico del partito appartenente quanto sullo screditare il proprio avversario, l’internet ha le piene risorse per trasformare questi materiali in satira o comunque elementi di umorismo. Nel caso di Hillary Clinton, nel periodo in cui è stata segretaria di stato per Obama, ha usato il suo indirizzo e-mail personale anche per svolgere il suo lavoro e successivamente ha cancellato metà di quelle mail. Il problema è sorto quando il dipartimento di Stato ha dovuto fare un’indagine sulle email spedite e ricevute da Clinton per conto del congresso degli Stati Uniti. In questo modo si è scoperto che Clinton non ha usato un indirizzo email governativo e che ha cancellato circa metà delle email, ritenute da lei personali. Anche le controversie riguardanti Trump sono molte, specialmente quelle riguardanti i suoi discorsi sugli immigrati, sulle donne e gli attacchi personali al suo diretto avversario. Qui sotto alcune delle sue frasi più assurde:

«A New York si gela, noi abbiamo bisogno del riscaldamento globale!»

«Se Hillary Clinton non riesce a soddisfare suo marito, come pensa di riuscire a soddisfare l’America?»

«Costruirò un grande muro – e nessuno costruisce muri meglio di me, credetemi – e lo costruirò molto economicamente. Costruirò un grande, grande muro sul nostro confine meridionale, e farò che sia il Messico a pagare per quel muro. Segnatevi le mie parole»

Prima di parlare di cosa è avvenuto nelle elezioni presidenziali, apro una piccola parentesi per comprendere meglio il sistema elettorale americano: i cittadini non scelgono direttamente il candidato che vogliono votare, bensì votano i “grandi elettori” ovvero un gruppo selezionato e limitato di persone che hanno il potere di eleggere, in questo caso, il presidente. Il numero di grandi elettori varia a seconda della densità dello stato che si prende in questione.

Tornando a discutere sul risultato di questa lunga campagna elettorale, a grande sorpresa (nostra) è stato eletto Donald Trump con 310 voti contro la Clinton con soli 228 voti. Inoltre il partito repubblicano ha ottenuto la maggioranza anche al Senato e alla Camera, fatto che non avveniva dal 1928. Un risultato che dunque ha lasciato molto spiazzati un pò tutte le nazioni e che ha anche avuto effetti immediati sull’economia ( appena saputo il risultato, il peso messicano ha perso oltre il 9 per cento e le borse mondiali sono calate anche loro, ma per fortuna la maggior parte dei mercati sono riusciti a chiudere in positivo). Adesso non ci resta che aspettare e vedere se veramente Trump sia l’uomo di cui l’America ha bisogno per diventare di nuovo grande.

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Per una scelta consapevole: che cosa c’è da sapere sul Referendum costituzionale del 4 dicembre

di Marco Della Mura

Il dibattito sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre è già iniziato da mesi, discussioni e scontri si tengono in televisione e si leggono articoli pro e contro su internet, in un guazzabuglio di idee pervenute da persone dei più diversi schieramenti che vogliono convincerci cosa sia giusto fare e cosa no.

Al Laboratorio Interattivo di Politica del Liceo da Vinci lo scorso 3 novembre abbiamo cercato di fare luce su una così delicata questione, cercando di farci un’idea nostra non condizionata da idee politiche o pareri di altre persone.

I professori Alfiero Salucci e Andrea Marchi hanno preso sulle spalle l’incarico di spiegarci la riforma in questione il più oggettivamente possibile.

Si dice che questa riforma porterà ad uno snellimento dell’apparato burocratico con una riduzione dei tempi e dei costi della politica, ma si parla anche di una diminuzione della rappresentanza dei cittadini ed un potere più centralizzato che vedrà in parte esclusi enti come le Regioni o i Comuni.

Non solo abbiamo cercato di capire se ciò corrispondesse al vero, ma anche se ciò fosse giusto o sbagliato secondo noi.

Per i meno ferrati, la Costituzione è un insieme di norme accettate e condivise dalle forze politiche, sono sostanzialmente le “Regole del Gioco”, è un terreno comune di regole condivise. In una democrazia le decisioni devono essere imposte nel riguardo di queste norme, è la maggioranza a decidere, ma la minoranza deve essere tutelata, e deve “vigilare” sull’operato della maggioranza.

La Costituzione può essere cambiata da delle leggi apposite: dal 1948 ad oggi vi sono state ben 38 leggi costituzionali, e con quella di dicembre sarà la terza volta in cui il popolo viene direttamente interpellato per una modifica costituzionale attraverso un referendum. Esatto, per modificare la costituzione non sempre è necessario il consenso del popolo, in quanto la nostra è una democrazia rappresentativa, in cui ogni singolo cittadino delega i propri rappresentanti di prendere decisioni rispetto anche al proprio interesse.

L’iter per approvare una modifica costituzionale necessita di una doppia approvazione da parte di entrambe le camere del Parlamento (Senato e Camera dei Deputati.)

Affinché la modifica venga approvata dev’esserci in entrambe le camere la maggioranza dei due terzi dei votanti: questo garantisce in teoria che non solo le forze di maggioranza ma anche quelle di minoranze siano d’accordo su questa modifica. Tuttavia, può accadere che la maggioranza sia solo assoluta (il 50% più uno dei votanti), in tal caso è molto probabile che le forze politiche di minoranze non siano d’accordo con la modifica costituzionale. Allora si può ricorrere ad un referendum costituzionale, cosicché siano i cittadini ad avere l’ultima parola.

Per questo tipo di referendum non è necessario il quorum costitutivo (necessario ad esempio per il Referendum delle trivelle del 17 aprile di quest’anno), il che significa che, paradossalmente, se a votare ci andrà una sola persona, questa deciderà per tutto il Paese.

Quattro sono gli articoli che nell’incontro del LIP abbiamo trattato nello specifico – 55, 57, 70, 117 – i quattro a cui vengono apportate le modifiche più consistenti. In realtà tra articoli modificati ed abrogati la cifra è di 47 su 139, un numero piuttosto elevato.

 

Le modifiche all’articolo 55

Come probabilmente tutti sanno, dal 1948 vige in Italia il bicameralismo perfetto: il potere legislativo – cioè di emanare leggi – spetta a due camere con gli stessi poteri: Camera dei Deputati e Senato. Questo bicameralismo perfetto è in quasi tutta Europa ormai superato, e molti adducono ciò alla necessità di “modernizzare” il nostro Parlamento per renderlo conforme agli standard europei. In poche parole: “Se fanno tutti così, facciamo così anche noi, sarà sicuramente un’ottima cosa!”

Con questa modifica la Camera dei Deputati terrà gli stessi poteri di prima e continuerà ad essere eletta da tutti i cittadini con capacità giuridica,  cioè coloro che hanno già compiuto 18 anni.

Mentre il Senato, i cui membri sono attualmente eletti dai cittadini che abbiamo compiuto i 25 anni, vedrà i propri poteri notevolmente ridimensionati, e perderà circa due terzi dei propri componenti.

La Camera rimarrà l’unica titolare della rapporto di fiducia col Governo, dovrà controllarne l’operato e eleggerne i membri, inoltre rappresenterà da sola l’interesse della Nazione intera.

Il Senato non potrà quindi più votare i membri del Governo. Il Senato farà da raccordo tra lo Stato e gli enti costitutivi della Repubblica e dell’Unione Europea, potrà dare pareri e proporre modifiche alle leggi proposte dalla Camera – pareri che la Camera non sarà costretta ad ascoltare – e rappresenterà le Regioni e gli enti territoriali.

 

Le modifiche all’articolo 57

Secondo questo articolo la Camera continuerà ad essere composta da 630 membri mentre il Senato passerà da 315 a circa 100.

95 saranno senatori territoriali eletti tra i sindaci e i consiglieri regionali, anche se ad oggi non si è proposta una legge che definisca da chi debbano essere eletti. Tra le ipotesi ci sono i cittadini, o gli stessi consigli regionali. Questi senatori continueranno a fare il loro precedente lavoro e dovranno anche recarsi in Senato a Roma 1 o 2 volte a settimana, il loro stipendio rimarrà invariato e dovranno essere davvero molto abili nel gestire due lavori così importanti.

5 saranno i senatori che potranno essere eletti dal Presidente della Repubblica per particolari meriti artistici, culturali o di qualunque altro genere sostanzialmente.

I senatori a vita che potranno essere solo gli ex Presidenti della Repubblica.

In ogni provincia si potranno eleggere uno o due senatori territoriali, tranne nelle province autonome di Trento e Bolzano che per qualche arcano mistero di cui si potrebbe occupare Adam Kadmond, dovranno averne necessariamente due. Va da sé che sarà difficile che le minoranze di una qualunque provincia vengano rappresentate in Senato, essendoci massimo due rappresentanti per ciascuna che ne rappresenteranno la maggioranza.

 

Le modifiche all’articolo 70

Vi saranno tuttavia alcune leggi riguardanti determinate materie, definite dall’articolo 70, che dovranno essere approvate da entrambe le Camere. Per tutte le altre il Senato potrà solo proporre le modifiche alle leggi della Camera, che una volta approvata una legge dovrà passarla al Senato che avrà tempo solo 10 giorni per proporre delle modifiche. Contando che i senatori si incontreranno 1-2 volte a settimana, sarà difficile in così poco tempo poter proporre delle modifiche alle leggi proposte, a meno che non possano usufruire degli ologrammi del Consiglio Jedi.

 

Le modifiche all’articolo 117

Alcune competenze, precedentemente spettanti alle Regioni, passano ora in mano allo Stato, quali: energia, turismo, ambiente. Per cui si tenderà a valorizzare l’utilità nazionale a discapito di quella regionale, positivo o meno questo sta ad ogni cittadino deciderlo.

 

Argomenti non trattati approfonditamente verranno sicuramente ripresi nel prossimo incontro del Laboratorio di Politica, previsto per il 22 novembre.

Tra di essi:

il maggior potere dell’esecutivo – quindi del Governo – che potrà imporre alla Camera di trattare determinati argomenti prima di altri

– il problema delle proposte di legge di iniziative popolare che saranno molto più difficili da presentare in quanto dovranno essere firmate non più da 50 mila elettori ma da 150 mila

– i referendum abrogativi di iniziativa popolare che per non essere più soggetti al quorum dovranno essere presentati da 800 mila elettori invece di 500 mila

– gli elettori del Presidente della Repubblica passeranno da 1005 a 730, non potendo più votare i delegati regionali in quanto la rappresentanza delle Regioni sarà già garantita dai senatori

– la soppressione delle province

Una volta informati sulla questione, molti potrebbero trovarsi nuovamente con il dilemma su che cosa votare. Uno dei motivi può essere che in questa proposta di modifica costituzionale si possono riscontrare sia aspetti positivi che negativi. La domanda che ci si porrà sarà allora: “Non posso votare favorevolmente per altri articoli mentre per altri no?” La risposta è “No”, perché l’articolo 138 della Costituzione prevede che qualunque modifica costituzionale venga votata per intero e non le sue singole parti.

Ora abbiamo qualche conoscenza in più per poter decidere, ma non basta. Dobbiamo informarci ancora e soprattutto informarci sentendo pareri differenti a riguardo, non ne sapremo mai abbastanza e probabilmente solo il tempo ci dirà se abbiamo fatto la scelta giusta. L’importante è non essere pigri ma partecipare. Viviamo in una democrazia che è stata conquistata, dopo lunghissimi anni di dispotismo, con il sangue, da persone che hanno dedicato la loro vita a questo scopo, alla libertà di esprimere (giuridicamente almeno) le proprie opinioni e di far si che possano incidere sulla comunità. Non gettiamo via questo regalo per pigrizia.

 

Ascolta le interviste agli ospiti

Una visione comune per il nostro futuro

di Raul Cetatean 

E anche questo anno siamo arrivati alla conclusione di un’altra edizione del Laboratorio Interattivo di Politica del nostro Liceo.

Il quinto incontro si è tenuto il 10 marzo e si è discusso di un argomento molto interessante e sicuramente importante, che coinvolge ciascun cittadino di Bologna e dintorni: la Città metropolitana.
Erano presenti come ospiti il Consigliere Delegato allo Sviluppo Economico della Città Metropolitana Benedetto Zacchiroli e il Funzionario della Città Metropolitana Alessandro Delpiano.

Siamo partiti chiedendoci a cosa servano così tanti livelli istituzionali (in Italia ad esempio sono presenti 20 regioni, 105 province, circa 8100 comuni…) e ci sono due risposte a questa domanda: per il controllo, sia del territorio che sul territorio, e perchè ciascuna di queste istituzioni risponde a diversi bisogni dei cittadini.

La Città metropolitana di Bologna ha sviluppato un Piano Strategico Metropolitano (PSM), di cui si parla anche nella Legge Delrio, proprio per andare incontro ad alcuni dei bisogni dei cittadini e per progettare un futuro migliore.

Il PSM è composto da 4 tavoli di progettazione, 15 programmi strategici e 67 progetti trasversali.
I 4 tavoli si occupano di innovazione e sviluppo, benessere e  coesione sociale, conoscenza, educazione e cultura e infine ambiente. I programmi strategici e i progetti si basano sugli argomenti presenti sui tavoli.

Inoltre, la Città metropolitana indica come possibile modalità di sviluppo amministrativo l’unione e la fusione tra comuni, e Bologna è tra le poche città metropolitane, se non l’unica, nella quale i comuni lavorano realmente insieme. Questo è molto significativo, e indica quanto questi territori siano aperti da questo punto di vista.

Negli ultimi anni Bologna sta diventando sempre più competitiva, anche rispetto alle città europee più importanti, a livello di industrie o di sistemi infrastrutturali. Tutto questo  – secondo i nostri ospiti – è e sarà possibile solo se si è uniti. Zacchiroli e Delpiano sono convinti che solo in questo modo si può essere più grandi e competitivi.

Città metropolitana di Bologna

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Le foto sono di Martina Consolini

Ascolta le interviste agli ospiti realizzate per Il Grande Bidello

Il Grande Bidello – Bologna Città metropolitana

La Città metropolitana di Bologna è stato il tema del quinto incontro del Laboratorio Interattivo di Politica del nostro Liceo. Ad esso abbiamo dedicato l’ultima puntata della stagione de Il Grande Bidello – L’occhio sul mondo della scuola.

A cura di Andrea Volpe, Giovanni Fornaciari, Gabriel Hoogerwerf, Giulia Ruschi, Stefania Bucciol, Martina Consolini

Benedetto Zacchiroli
Benedetto Zacchiroli

Qual è la differenza tra la vecchia Provincia e la Città metropolitana e quali saranno le novità nel piano economico? Ce ne ha parlato Benedetto Zacchiroli, Consigliere Delegato allo Sviluppo Economico della Città metropolitana di Bologna.

Alessandro Delpiano
Alessandro Delpiano

Il funzionario della Città metropolitana di Bologna Alessandro Delpiano ci ha spiegato cos’è il Piano strategico metropolitano e in che modo si possono avvicinare i cittadini a questo tema.

 

 

 

Città metropolitana di Bologna

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Le foto sono di Martina Consolini

Leggi l’articolo dedicato all’incontro di Raul Cetatean