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La disinformazione è il vero problema?

di Laura Rigobello

Il 31 marzo 2016 una parte del web è insorta. Quel giorno il programma “Le Iene” aveva mandato in onda un servizio di 19 minuti in cui l’inviata, Nadia Toffa, associava i fumetti e i cartoni animati giapponesi e alcuni locali tipici del Sol Levante al mondo del sesso con minorenni. Travolti dalla rabbia, molti lettori italiani di manga hanno dato vita ad una sterile rivolta sulla pagina Facebook del programma di Mediaset, urlando attraverso la tastiera tutti gli errori fatti in quel video.
Il servizio Solo fantasie sessuali o pedopornografia?, essendo stato creato per essere trasmesso in un programma di intrattenimento, è inevitabilmente pieno di generalizzazioni e semplificazioni che non aiutano lo spettatore a capire il reale dramma che il Giappone sta vivendo. L’alta competizione sia in ambito scolastico che lavorativo sta distruggendo il tessuto sociale dello Stato, causando suicidi (ogni 100.000 persone 22 muoiono in questo modo ogni anno), emarginazione sociale, bassa natalità e un progressivo invecchiamento della popolazione (un giapponese su quattro ha più di 65 anni). Molti giapponesi vivono, quindi, repressi, senza alcuna affettività e trovano una valvola di sfogo nel mondo fittizio che possono offrire i cartoni animati, i fumetti e i videogiochi che, al contrario di quanto sembra dire il servizio, non sono tutti a sfondo sessuale (lo sono solo quelli della categoria hentai).
Il clamore della vicenda, che ancora non si è completamente spento, dovrebbe far riflettere. Molti italiani si sono battuti a suon di commenti per proteggere i manga dalla disinformazione, non una nazione con gravi problemi sociali come il Giappone, o il proprio Stato, ma neanche i nostri simili, gli altri esseri umani. Questa polemica, come tante altre ben più spinose (come quella sui profughi), sta portando alla luce la nostra disumanità. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” diceva Terenzio; siamo sicuri che ancora sia così?

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Siate adulti senza insulti

La tradizione ha da sempre associato i pantaloni agli uomini e la gonna alle donne; il lavoro agli uomini e la cucina alle donne; lo stadio agli uomini e la casa alle donne. Perché ancora oggi sono poche le donne appassionate di calcio?

di Aurora Martelli

Il calcio è un bellissimo sport nel quale si esprimono forza di volontà, gambe forti e cuore grande, qualità apprezzate anche dalla donna che però forse fa fatica a capire schemi e regole del gioco e per questo lo considera una disciplina noiosa non riuscendo a vedere altro che 11 pazzi che corrono dietro a un pallone.

Da parte loro i tifosi maschi guardano con sufficienza l’universo femminile da sempre considerato incapace di capire cos’è “il fuorigioco”. Un altro aspetto negativo e che probabilmente allontana la donna dal mondo del pallone è legato alla mentalità e al comportamento delle nuove tifoserie che non riescono più a cogliere i valori positivi come il gioco di squadra e il fairplay ma sembra solo che sfruttino l’occasione per provocare i tifosi dell’altra squadra.

In tanti preferiscono oggi coprire d’insulti gli avversari piuttosto che prestare attenzione alla partita che si sta giocando in campo, con l’unico risultato di uscire senza voce dai cancelli dopo il triplice fischio dell’arbitro. Un tempo andare allo stadio era considerato quasi un privilegio ed era possibile assistere a un vero e proprio spettacolo; oggi è diventato solo un momento di sfogo e non più di svago.

Tutti dicono che questo non è più il calcio di una volta e che i suoi valori fondamentali sono stati in parte dimenticati, ma c’è gente che ha ancora voglia di sostenere i propri colori con spensieratezza. E allora forse è arrivato il momento di imporsi per riaffermare il vero messaggio del calcio, e vivere quei 90 minuti…tutti insieme appassionatamente!