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The Void Project

di Elena Armaroli

The Void Project è un progetto che vede un team di persone nato con la finalità di dar vita ad eventi pubblici, o in rete, in cui interagiscano giovani artisti operanti in diversi campi. Si vuole creare una collaborazione tra diversi tipi di arte, uno scambio culturale. Ci servono vari punti di vista, diverse opinioni, diverse risposte”: così Leonardo Spampinato, uno dei pilastri di The Void Project, mi definisce l’innovativo progetto portato avanti da giovani artisti, mentre gli faccio qualche domanda davanti a un caffè. L’idea, mi spiega, è di organizzare eventi su un determinato tema, affrontato attraverso diverse discipline artistiche – musica, fotografia, poesia, … ; raggruppate in uno spazio comune. L’ultima e (per ora) unica mostra, La terra in frammenti, proposta a Bologna e Imola, verteva sullo scontro tra uomo e natura, rappresentato attraverso le fotografie di quattro giovani artisti bolognesi e accompagnato da musiche di Valentina Giannetta e Luis Antonio Canettoli e versi di Lorenzo Danieli. Il progetto si rivolge soprattutto agli artisti giovani ed emergenti, che hanno così la possibilità di farsi conoscere e d’inserirsi nel panorama artistico della zona: Leonardo mi racconta che, grazie alla mostra organizzata in centro a Bologna, un ragazzo ha avuto la possibilità di vendere alcune fotografie ed entrare in contatto con persone del suo campo. L’iniziativa sembra quindi essere decollata alla grande, con grande riscontro su pubblico e artisti; forse anche grazie a patrocinanti dai nomi importanti, come Legambiente.

Il tutto nasce nel settembre 2015 da un’idea di Davide Hare: l’illuminazione gli arriva da un concerto dei Massive Attack durante il quale all’esecuzione di uno dei brani era stata abbinata la proiezione di titoli di articoli tratti da una rivista scandalistica. Fu proprio il legame insospettabile creato tra la musica e qualcosa che a prima vista ne era del tutto lontano a colpire Hare e a dargli l’idea sui cui far vertere il progetto che sarebbe stato avviato di lì a poco. Nasce così, grazie a mesi di emozioni e duro lavoro, questo progetto corale e vivo, se vogliamo, un po’ ambizioso.

Si prospetta un futuro denso ed emozionante, di cui Leonardo ci anticipa una probabile dimostrazione di wushu (ndr: arte marziale cinese), accompagnata da musica in live di sottofondo; e una replica di La terra in frammenti a Riccione. Nella trepidante attesa di queste iniziative, se avete voglia di scoprire qualcosa in più sul progetto o di partecipare, potete contattare gli organizzatori sulla loro pagina Facebook.

L’intervista si chiude con una domanda un po’ personale: chiedo a Leonardo come si sia avvicinato al mondo della musica. Suo padre, mi racconta, suona il pianoforte: la musica è sempre stata parte integrante della famiglia. Lui, allontanandosi un po’ dalle orme del padre, a nove anni decide di iniziare a prendere lezioni di chitarra da Marco Falzoni, che diventerà una delle figure più importanti della sua identità artistica. Conosce così un mondo nuovo ed affascinante; che lo porterà, dieci anni dopo, fino a The Void Project.

Perché GG Allin è simbolo indiscusso di ribellione

Alice Cooper, Iggy Pop, Marilyn Manson, nomi che rimandano immediatamente all’archetipo del ribelle. Ma c’è un altro personaggio, poco conosciuto dai meno giovani e quasi sconosciuto ai più giovani, rimasto però celebre nel panorama punk americano: il suo nome era Kevin Michael Allin, meglio noto come GG Allin.

di Guglielmo Dussi

Prima di spiegare il perché sia diventato simbolo indiscusso di ribellione, partiamo dall’inizio.
GG nasce nel 1956 a Lancaster nel New Hampshire, all’epoca il posto più bigotto degli Stati Uniti. Il padre, fondamentalista cattolico, lo chiama inizialmente “Jesus Christ”, da cui il nome GG. Il fratello Merle, non riuscendo a pronunciare il nome, prese a chiamarlo “GeGe”.
Le rigide regole che egli imponeva alla sua famiglia spinsero il giovane Allin sempre più verso la ribellione instradandolo verso il rock. Stanca di tutto, la madre dapprima cambia il nome di GG in Kevin Michael Allin e in seguito si separerà dal marito, traslocando con i suoi due figli.

Ma ormai è fatta: da qui comincia la carriera da sbandato che caratterizzerà la vita del cantante per tutta la sua vita, fatta inizialmente di piccoli furti, spaccio e altri piccoli crimini che lo porteranno in prigione una cosa come 50 volte.
Comincia inoltre a suonare con il fratello nei Malpractice, nel 1975.
Ma i gruppi in cui egli ha militato sono innumerevoli, per citarne alcuni: The Murder Junkies (ancora attivi), The Antiseen e The AIDS Brigade.

E ora arriviamo al punto, e al motivo per cui è ricordato.
I suoi spettacoli dal vivo erano conditi da risse con il pubblico – una volta ruppe sei denti a un tipo con un colpo di microfono – esibizioni completamente nudo, ubriachezza, “contatti” più o meno espliciti con il pubblico e automutilazioni. Tutto ciò portava nella maggior parte dei casi alla fine anticipata del concerto, spesso fermato dall’arrivo della polizia. Continue erano inoltre le minacce di porre fine alla sua vita sul palco, cosa che voleva fare la notte di Halloween del 1989, ma non vi riuscì perché venne arrestato e tenuto in prigione tre anni.
Uscito più arrabbiato di prima, intraprese un ultimo tour, terminato con il concerto del 27 giugno 1993. Dopo la fine della serata, si reca a casa di amici e inizia ad assumere droga e alcool. Viene trovato morto l’indomani e, su richiesta del fratello Merle, sepolto senza essere lavato, e il suo funerale diventa in breve tempo un party a base di hardcore punk.

In conclusione, per quanto fosse sicuramente discutibile come personaggio, trovo GG Allin piuttosto interessante dal punto di vista musicale.
Nonostante fosse mediamente dotato – non era stonato, ma non si poteva certamente definire un grande cantante – la sua musica è odio sputato su un microfono, ed è sincera fino al midollo.
Disprezzava la società e attraverso la sua musica esprimeva perfettamente il suo risentimento e la sua disapprovazione, riuscendo ottimamente a raggiungere il suo obbiettivo.
Parafrasando una sua affermazione, possiamo dire che la sua mente fosse una mitragliatrice e il suo corpo i suoi proiettili, che lui indirizzava verso il pubblico.

Brainmusic

Tutti vediamo la musica a modo nostro, ma come la vede il nostro cervello?

di Beatrice Lelli

Oggi non mi concentrerò tanto sull’aspetto etimologico o sul significato che la musica può avere per ognuno di noi, ma su come quest’ultima interagisca con il nostro corpo a livello neurologico e se esiste una ragione per la quale siamo portati ad amare un genere musicale più di un altro.

Vi sono diverse interpretazioni di come la musica sia in grado di interagire con il nostro cervello. Per alcuni, come Gardner (docente dell’università di Harvard), l’attitudine e la competenza musicali appartengono ad un substrato cerebrale totalmente riservato a questa particolare attività e capacità: per questo motivo, essendo localizzate in un’area autonoma dalle altre, chiunque sia sottoposto ad uno stimolo adeguato sarebbe potenzialmente in grado di praticarla.

Quindi, secondo questa teoria, la musica non “discrimina” nessuno in partenza, poiché può accadere che uno schizofrenico raggiunga grandi risultati , o almeno risultati più rilevanti di quanti mai ne otterrà un brillante scienziato o matematico di successo.

Vi sono, però, anche altre interpretazioni, secondo cui la musica viene vista come un prolungamento o l’esercizio dell’intelligenza del cervello umano: infatti, essa metterebbe in gioco molte altre funzioni e componenti che fanno parte dei processi essenziali alla sopravvivenza e al sostentamento dell’uomo, come ad esempio la comprensione del linguaggio o la decodificazione e l’unione di determinati simboli.
Quindi, secondo questo ragionamento, alla musica non sarebbe riservato alcuna area cerebrale o alcuna funzione specifica e per questo è costretta ad appoggiarsi ad altri sistemi più adatti ed avanzati che però servirebbero per altri compiti, svolgendo così una funzione parassitaria.

Personalmente prediligo la prima interpretazione; sarà perché mi piace essere una persona ottimista o perché credo fermamente nella musica, ma non riesco a capacitarmi di come questa possa essere considerata un parassita, tanto meno dal momento in cui sono stati scientificamente affermati i grandi risultati ottenuti grazie all’aspetto curativo della musica, soprattutto a livello psicologico.

Per quanto riguarda la scelta di prediligere un certo tipo di genere musicale rispetto ad un altro, questo dipende dalle emozioni che esso trasmette ad ognuno di noi e quindi coinvolge il meccanismo psicologico di ogni uomo, ma questo è un altro discorso…